Archivio per Novembre 2007

Cose che so

Siccome quella piccolina ha detto che so un mucchio di cose e che potrei fare la guida come il suo amico che si chiama Sergio, ieri sera, nella mia cameretta, sotto le mie copertine, nella mia casetta piccola ma carina, ho fatto un calcolo e da questo calcolo ho scoperto che io so circa 119 cose. Scoperta dell’America? 12 ottobre 1492. Fondazione del Genoa Cricket & Athletic Club? 7 settembre 1893. Tutte cose del genere, abbastanza pleonastiche. Quando hai a che fare con persone che verosimilmente incontrerai ancora, e magari frequentemente, per esempio una ragazza che ti piace e che forse anche tu piaci a lei, queste 119 cose le devo distillare al ritmo diciamo di 2 ogni 3 settimane. In questo modo ti sei garantito a) un’autonomia affabulatoria di 180 settimane e b) la fama di uno timido, che parla poco, ma quando parla dice delle cose interessanti. Se invece incontri delle persone che rivedrai, ma chissà quando, allora devi sparare tutte le tue cartucce, parlare a raffica, dire una marea di stronzate, dirle tutte, che così ti garantisci a) la fama di uno che ne sa a pacchi e b) la fama di uno coinvolgente. Nel caso dei tre che erano quattro è successo così, e mi sono anche ricordato che in tutto ho detto loro 118 cose. Me ne manca una, eccola. L’arbitro che il 7 giugno del 1925, a Milano, scippò il Genoa del suo 10° scudetto (e della stella) nella finale contro il Bologna, era l’avvocato Mauro.

Grida

Dopo aver appreso con soddisfazione che

a) almeno una copia del libro intitolato Il Geometra Sbagliato è stata venduta a persona non da me conosciuta né spronata all’acquisto;

b) una copia della suddetta opera trovasi in una bancarella di libri usati di piazza Banchi, a Genova (copia che ho provveduto a sistemare in bella vista);

c) la notte del 31 dicembre prossimo la passerò in comunità (spero da solo e non con una torma di giovani delinquenti da tenere a bada)

 vengo con la presente a voi

per comunicare che sono lieto di accettare il vostro invito nella Capitale per i giorni che vorrete indicarmi e ne approfitto per auspicare la presenza nella circostanza di cui trattasi di odalische generose, cuscini, narghilé, ventagli di piuma di struzzo.

Erano in tre, anzi in quattro

Erano in tre, poi erano in quattro, perché dopo un po’ ne è arrivato un altro grande e grosso. Hanno detto che sono partiti da Roma, non li avevo mai visti nella mia vita. Nei primi tre ce n’era uno alto poi uno con gli occhiali e anche una ragazza piccolina con gli occhi espressivi. Sono venuti a trovarmi al Museo delle Forme Inconsapevoli, hanno organizzato un appuntamento che c’era dell’altra gente, tutti che volevano sentire la mia storia, anche la mia professoressa di matematica delle scuole medie. All’inizio la professoressa di matematica delle scuole medie l’avevo scambiata per la professoressa di italiano e lei si è anche offesa. Allora le ho detto grazie di essere venuta, lei ha detto che mi aveva letto sul giornale, io le ho dato un bacio come risposta e lei si è fatta firmare il libro delle avventure di Tito Pozzi. Poi siamo andati a casa mia a mangiare il pesto che aveva fatto mia mamma, ma i quattro romani misteriosi non riuscivano a posteggiare e non arrivavano mai. Sono arrivati nel cuore della notte e io non ci ho capito più niente. Il giorno dopo sono tornati di punto in bianco a disturbarmi al Museo e siamo andati a prendere un caffè. Tutto a un tratto hanno detto: noi torniamo a Roma. Allora li ho abbracciati e abbiamo fatto la foto di gruppo. La sera, mentre andavo a casa, pensavo a questi quattro romani piovuti improvvisamente e ho notato che c’erano un sacco di bigliettini attaccati fuori dalla mia porta, la ricoprivano interamente, e nei bigliettini c’era scritto: “Che fine ha fatto Diana Letizia?”, che poi Diana Letizia sarebbe una scrittrice che il suo libro ancora non l’ho letto, ma dalla foto mi sembra un po’ somigliante alla bellissima dottoressa Stefania.

Il mio amico Andrea

Ieri sera, saranno state le dieci e mezza, mi ha telefonato il mio amico Andrea, disperato. Avrà un topo in casa, ho pensato, e afferrando il battipanni mi sono catapultato fuori. Lui era già in strada, mi aspettava. Cosa c’è? Io e Sara ci siamo lasciati, ha detto Andrea, e poi ha aggiunto che voleva parlare con qualcuno di un po’ più grande, di un po’ più maturo. Cascato malissimo, il mio amico Andrea. Ad ogni modo ho preso un bel respiro e ho cominciato a raffica con tutte le stronzate che si dicono in questi casi, cioè che sembra impossibile, ma la vita ti sorprende sempre, e che la felicità prima o dopo ritorna, e che bisogna stringere i denti, e insomma tutte le banalità del campionario. Andrea mi ha chiesto se potevamo andare a vedere il mare. Siamo andati a vedere il mare e gli ho domandato se per caso aveva intenzione di baciarmi. Lui mi ha fatto un sorriso dei suoi, dolcissimo, solo che pioveva e c’era il rischio di prendersi una broncopolmonite e siamo tornati indietro subito. Sulla macchina, ancora d’un fiato, ho ripreso con la litania di avere fiducia, e che deve sforzarsi di vedere altra gente, e che arriverà un momento in cui si accorgerà che ce la può fare, anzi che ce l’ha già fatta. Andrea mi ha ringraziato e io ho pensato che sono bravissimo a confortare i miei amici. Nel letto, però, sotto il piumone, mi sono sgonfiato come un palloncino. Non riuscivo a dormire e avevo un freddo che non andava più via.

Sabato

Si sono procurati un coltello a serramanico, hanno preso il treno e, con le peggiori intenzioni, da Massa Carrara sono arrivati a Cavi di Lavagna, in provincia di Genova. Erano in quattro, tra i sedici e i diciassette anni. Sulla passeggiata di Cavi hanno rintracciato un loro coetaneo che voleva soffiare la fidanzata al capo della banda e lo hanno picchiato e minacciato con il coltello. Poi, convinti di aver impartito una meritata lezione al poveretto, se la sono data a gambe. La vittima, che al momento dell’aggressione era assieme alla ragazzina contesa, in preda al panico si è rivolto alle forze dell’ordine e alla fine della favola i piccoli balordi sono stati arrestati. Un atto vigliacco, non c’è dubbio, compiuto da quattro esseri spregevoli. Spregevoli, già, magari qualcuno lo pensa e chissà, forse c’è del vero in questa definizione. Ma i quattro bulli io li ho conosciuti. I carabinieri li hanno portati alla comunità minorile dove lavoro e al termine di un sabato triste, passato a giocare a Monopoli e a cercare di capire, i tre mi hanno salutato mentre me ne andavo dicendo testualmente: “grazie della compagnia”.

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