Ieri mattina, con il ragazzo a cui faccio sostegno scolastico, abbiamo letto un racconto di Johann Peter Hebel (mai sentito ’sto nome prima di ieri) che parlava di una coppia di innamorati, che lui faceva il minatore e muore alla vigilia delle nozze, poi il suo corpo viene ritrovato dopo cinquant’anni perfettamente conservato e allora la sua antica fidanzata lo veglia fino al funerale e gli cinge il collo con la sciarpa di seta che gli stava preparando cinquant’anni prima, e il giorno del funerale, mentre il feretro sta scendendo nella fossa, lo saluta con delle parole che non le voglio ripetere altrimenti mi metto a piangere. Difatti ieri stavo leggendo e avevo i lucciconi (e poi, nel pomeriggio, con l’altro ragazzo che seguo, abbiamo visto Forrest Gump, e lì è stato uno sforzo titanico non mettersi a piangere come un imbecille, va be’), e allora questo ragazzo che gli faccio sostegno scolastico mi ha visto scosso e mi ha domandato due cose, ovvero perché mi ero commosso e cosa c’è dopo la morte, che lui (così mi ha detto) non riusciva a immaginarselo. Gli ho risposto con un bel discorso che la nostra energia non finirà mai, che lo diceva anche Einstein che nulla si crea e nulla si distrugge, e anche i cinesi lo dicono (più precisamente dicono che il bruco chiama fine del mondo ciò che il mondo chiama farfalla), insomma, un bel discorso rassicurante sul fatto che diventeremo luce, diventeremo parte di dio, ma poi quando sono uscito lui era pacificato e io invece pacificato manco per niente, perché, per dirla con Mersault, io vorrei un’altra vita dove poter ricordarmi di questa, e della luce poi, in sostanza, non me ne frega un cazzo.
Archivio per Aprile 2008
Dài, chi è Gianni Santo? Se qualcuno mi dice chi è Gianni Santo, gli regalo un frigo. Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti, il 24 maggio. Invece, sempre il 24 maggio, a Roma, il geometra farà le puzzette.
Chi ha letto il libro del geometra sa (e tra poco lo saprà anche chi non ha letto il libro) che nell’ultimo capitolo si parla di un’eclisse. Come sempre accade, uno scrive anche (e soprattutto) sulla base di esperienze personali e, insomma, per farla breve io un’eclissi solare l’ho vista. Era il 1999, agosto, ed ero assieme al mio amico Paolino, che è un bel po’ di tempo che non vedo, ma che mi ha scritto, recentemente, un commento, nel post prima di questo. Nel confermare che la prossima settimana lo chiamerò (ma i miei gusti sono cambiati: al long island non sono più abituato, adesso marcio a white russian e, ultimamente, a chupito), scrivo questo post per presentare la foto che allego (siamo io e Paolo, quelli lì!), e che è stata scattata proprio quel giorno di nove anni fa, quando a Salisburgo il cielo era coperto di nuvole, ma poi improvvisamente si liberò, per mostrarci l’incredibile spettacolo dell’ombra della luna che si posa sul sole, portando il mondo nella semioscurità.

Cè una cosa, là in fondo, che palpita, una cosa non più grande di un’agata sull’indice di un assessore, a questa cosa io mi aggrappo, mi sembra che basti, me la faccio bastare, anche se mi accorgo che si sta sciogliendo come la neve al sole. Questa cosa che palpita, minuscola, che è sempre più piccola, ed è ormai quasi niente.
Io, a casa, non ho la tv, quindi, quel poco che vedo, lo vedo nella comunità di minori dove lavoro. Stamattina, verso le dieci, un ragazzo egiziano ha chiesto di poter vedere il cartone giapponese che stava cominciando su Italia Uno. Questo cartone parla di sport, ma non tipo Holly e Benji, oppure Mila e Shiro, insomma, uno sport da persone normali, benché trattato psicopaticamente, come solo i giapponesi sanno fare. ‘Sto cazzo di cartone parlava di una squadra di palla avvelenata, PALLA AVVELENATA, cazzo, si tiravano delle fucilate della Madonna, si ferivano, giacevano moribondi, e gli arbitri erano degli strani personaggi con delle strane maschere sulla faccia. Ora, io ho scritto perché vorrei che qualcuno mi desse informazioni più dettagliate relativamente a questa inquietante saga del Sol Levante, ma soprattutto per rivelarvi che, una volta finito il mio turno, ho contravvenuto all’imperativo morale che mi aveva guidato nelle ultime consultazioni e sono andato all’ufficio elettorale a farmi fare un duplicato della Tessera (elettorale, appunto). Il collegamento scopritelo voi.
è quel che dico anch'io...