…canzone.
Archivio per Luglio 2008
Sul numero di left in edicola questa settimana, Filippo La Porta dedica una recensione al libretto del Geometra. Trasecolo e ringrazio.
Il giorno che ho compiuto diciott’anni, mi sono svegliato a Peveragno, paese partigiano in provincia di Cuneo, nella casa di campagna di padre Filippo, il mio parroco genovese. Eravamo un gruppo tra i sedici e i ventiquattro anni: i cosiddetti Giovani di Azione Cattolica. I maschi e le femmine dormivano in due piani separati, ma io ero riuscito ad accaparrarmi una camera con un letto solo, e allora la mia fidanzata Carolina, nottetempo, si sfilava dalle sue compagne e mi raggiungeva, la malandrina. Quella mattina lì del mio compleanno, mi sono sentito al centro della scena, perché tutti mi festeggiavano. Carolina mi aveva scritto una lettera dolcissima che però, poi, due anni dopo, quando ci siamo lasciati, ho bruciato assieme alle altre cose che la riguardavano, perché già a quell’epoca avevo un po’ la sindrome di essere Marlon Brando. Il giorno che ho compiuto diciott’anni, i miei amici avevano organizzato una gita sopra Borgo San Dalmazzo, sull’Argentera. Io mi ricordo di una camminata che non finiva mai. Mi ricordo che avevo lo zaino con i panini e i pantaloncini corti e una maglietta blu che mi arrivava ben sopra l’ombelico, per mostrare gli addominali di cui, peraltro, sono sempre stato piuttosto sprovvisto. A metà di questo pellegrinaggio del mio compleanno, il paesaggio si è aperto, e ho visto una parete di roccia con al centro un ruscelletto che scendeva a cascata. Cammina e cammina, abbiamo raggiunto il ruscelletto, lo abbiamo superato, siamo saliti ancora fino a raggiungere un lago, un piccolo lago con l’acqua di un blu profondo, gelida, dove abbiamo fatto il bagno. Tutto intorno, le cime dell’Argentera erano ancora innevate. C’era Gianluigi con Elena, c’era Simonetta, Tullio, Pierangelo, c’era Luca Fabbri e Luca Zucconi e Laura e Margherita. C’era Carolina, che era l’isola attorno a cui navigavo, come un Ulisse disattento. A un certo punto, da un sentiero, è sceso un alpino che tirava un mulo e in quel momento ho pensato che quella giornata non me la sarei dimenticata più. Ho avuto tanti altri giorni radiosi e nitidi, tante persone a cui volere bene, ma il mio diciottesimo compleanno resta sempre lì: il giorno più bello della mia vita, il 26 luglio del 1985.
Un mio amico che se ne capisce (si è già suicidato cinque o sei volte e ogni volta è resuscitato più arzillo di prima), mi ha detto che il modo più rapido e indolore per togliersi la vita è quello di recidersi l’arteria femorale. L’arteria femorale è quel grande vaso sanguigno situato nella profondità dell’inguine che, trasportando il sangue ricco di ossigeno, si inoltra lungo gli arti inferiori e copiosamente li irrora. Una volta localizzata l’arteria (non è semplice, ma un’enciclopedia medica illustrata, a casa, ce l’abbiamo tutti), è sufficiente reciderla e te ne vai all’altro mondo in un paio di minuti. Così mi ha assicurato il mio esperto amico. Ora, io sono in una fase che fisicamente sono in ordine. Sono abbronzato e dimagrito, e sotto quel profilo sto abbastanza bene. La tentazione di lasciare una salma radiosa, composta e giovane è stata quindi la molla che mi ha spinto, questo pomeriggio, a mettere in pratica il suggerimento dell’amico. Mi sono seduto sul letto, nudo, di fronte alla specchiera. Il lettore degli MP3 mi soffiava nelle orecchie le note di alcuni Mottetti di Bruckner. Ho tagliato l’arteria. L’incisione, nitida e non frastagliata, mi ha guardato sorpresa per un istante, quasi sorridendo, poi si è spalancata, ma al posto del sangue ha fatto uscire coriandoli e stelle filanti. Non sono morto, soltanto addormentato. E al mio risveglio un paio di maestose ali metaforiche mi erano spuntate sulle spalle.
nella notte mi si scioglie il sangue
a tratti oscuramente mi precipita
è quel che dico anch'io...