Archivio per Giugno 2009

Psiconano,

Un libro naturale – Manuale di divulgazione scientifica

SULLA SAPIENZA

Che le orme del tempo che tutto consuma, questo tempo, queste orme che rovesciano tutti i termini del senso, e che la fuga, che tutti i din don delle abbazie corrodano anche tutta la sapienza e i suoi frutti (i suoi frutti inseguiti in silenzio), è pacifico e anche omettino di modesto intelletto potrà intenderlo senza fatica. Ma neppure fatica si faccia a considerare che la sapienza varia, che essa si trasmuta non solo d’ora in ora, ma pure di poggio in poggio, in un brevilineo volteggiar di scarpe, andirivieni di piedi, di chilometro in chilometro. E allora che utile scienza, che razza di grimaldello inefficiente, quale portato di esperienza, a che pro? La realtà, lettore infoiatello e un po’ tanardo, è che la sapienza è vana, e folle risulta chi a lei, rinunciando ai verzuti riposi, si affida.

Un libro naturale – Manuale di divulgazione scientifica

SUL SIGNIFICATO E COLORE DEI FIORI

Abbiamo ragione di credere che sia stato dio, il pittore, ad assegnare significato e colore ai fiori del mondo. Ma se ne ignorano i motivi e non esistono studi al riguardo. Di certo si sa che la rosa è il simbolo della grazia muliebre, il simbolo dell’amore, anche. Infatti alle giovani donne si regalano rose. Infatti le rose difendono il bocciolo e i suoi petali con le spine, così come le femminee arti rendono all’uomo comune intangibile la vulva, il vero fiore, il vero significato del simbolo rosesco. Rosa come vulva, quindi: la stessa vulva di cui si parla spesso per sentito dire, di cui alcuni riferiscono senza neppure averne letto o studiato o, peggio, senza averne avuto, de visu, notizia alcuna. E tale vulva si nomina a seconda del luogo di provenienza (e quindi del relativo dialetto) e dell’odore emanato: vulva inarrivabile e simbolica, dunque, inenarrabile e misteriosa, la rosa: inafferrabile, per i più.

Tristo fiore, invece, è il giglio, emblema di virginea purezza: pallido e sbattuto campeggia sullo stemma della città di Fiorenza. Trattasi di fiore mellifluo, non adatto ad adornare alcove da coito, ma piuttosto squallidi scenari di disperato autoerotismo. Fiore di ben altra tempra è piuttosto l’orchidea, che adombra tra i suoi petali l’immagine della fica ma anche del fallo, che il suo nome sfiora dal basso.

Tuttavia ogni esempio che si può portare, ogni paragone che si può istituire, ogni elenco che si può compilare, ogni strumentalizzazione del dato oggettivo che è possibile operare, ogni lettura con le più diverse chiavi che possiamo fare del valore simbolico dei fiori del creato è perfettamente inutile, perché ogni esempio, ogni paragone, ogni elenco, ogni strumentalizzazione del dato oggettivo, ogni lettura con le più diverse chiavi, porta dentro di sé il germe della rassegnazione e, infine, della morte. Prova ne sia che, da regione a regione, si danno diversi significati diversi del medesimo fiore. Il crisantemo, che nelle nostre terre è fiore di lutto per il suo colore emaciato e talora violaceo, è altrove considerato foriero di favorevoli auspici. Al contrario, nel lontano oriente, è il giglio – lo stesso giglio di cui si parlava, vago e bizzarro, difficile a far vivere – ad essere fiore da esequie, poiché le popolazioni di laggiù considerano il bianco il colore dei defunti.

Un libro naturale – Manuale di divulgazione scientifica

IL BATTESIMO DELLE PIANTE

Nella sua strategia d’invasione il Baccano Superno aveva stabilito di procedere al battesimo delle piante, ovvero all’attribuzione ad ogni pianta e ad ogni dettaglio della medesima di un nome intangibile e immutabile per omnia saecula saeculorum. La faccenda, è perfino inutile puntualizzarlo, mirava a soffocare ogni forma di resistenza e di regionalismo culturale, cosicché si potesse procedere a uniformare sotto un’unica architettura teologica e linguistica il primo dei regni sottomessi: quello dei vegetali. Le cose erano state studiate nei minimi dettagli. Con un’imponente cerimonia le piante si sarebbero radunate nella piazza principale del giardino e il dio, presa una pianta tipo, l’avrebbe squartata a mo’ di sacrificio al suo alter ego (il Baccano) e ne avrebbe salmodiato a cantilena le regioni anatomiche comuni. Successe proprio così, e all’inizio delle celebrazioni tutto andò per il meglio.

Questa parte d’una pianta - esordì l’ottuagenario con la barba azzurra – ha centrini d’apparati genitali che chiameremo corolle, petali e calici, e tali corolle, petali e calici stanno lì a dimostrare l’esattezza del teorema per cui ci si tramanda la magagna per via sessuale. Con ogni sepalo di un pistillo, infatti, si rende volatile l’interiorità più nascosta come sede di lucro, come nucleo della nascita che vibra dal polline: l’ovulo, l’ovario.

Già a questo punto del discorso le piante tendevano a non capire più un cazzo, ma il cocciuto vegliardo non se ne dava per inteso e proseguiva per la sua tangente: tuffettato nel profondo, ben protetto da scaglie d’intemperie, il vulvettino mezzo carnaceo, dicesi il cuore floreale, ti spunta da fuori con sguardo affamato di esistenza, modello periscopio sopravanza in tutto sosia del famoso stame, e ti spiffetta, ti emana il colore d’un fiato sinestetico, d’un gradevole aroma di tinte che rende riconoscibile l’inimitabile codice di ogni singolo fiorellino.

La relazione del decano degli imbecilli andò avanti per diverse ore, oscuramente. Intere famiglie vegetali si estinsero senza lasciare aloni mentre altre comparvero a illustrare la faccia del mondo, ma io, che non volevo assistere a quella spiacevole rapallizzazione, quando ciò avvenne me ne ero già andato lontano, in esplorazione per il globo, e il resoconto che seguirà nelle prossime pagine è figlio dell’osservazione diretta da me compiuta all’interno del panorama vegetale.

Lettera a Silvio

Silvio, perdonami se ti do del tu. Guarda, ti parlo come se tu fossi mio figlio. Silvio… Sei un imprenditore di successo, è sotto gli occhi di tutti. E, cosa ancora più importante, sei anche un uomo che dalla vita ha avuto tanto. Mi riferisco alla tua bella, salda e numerosa famiglia, mi riferisco all’affetto che hanno per te i tuoi figli, i tuoi nipoti, i milioni e milioni di elettori. Silvio, non immagini il dolore che mi procura vedere un uomo come te che si butta via. Dico sul serio. Perché senti la necessità di coprirti la faccia con il cerone? Uno volta ti ho visto. Era il nefasto G8 del 2001 e io lavoravo all’interno della famigerata zona rossa, vicino al luogo in cui si svolgevano le conferenze dei capi di governo. Ti ho visto, eri tu. Con tutto quel cerone in faccia… Non provare a negarlo. Spiegami solo perché. Perché un uomo come te avverte certe esigenze? Il cerone, il trapianto di capelli, le suole rinforzate con il tacco magico che sembra preso paro paro dalla pubblicità che stava in appendice a Diabolik, trent’anni fa… Perché non ti accetti come sei? Sei uno splendido uomo. Sei simpatico, pieno di verve, racconti barzellette irresistibili. E allora perché? Io ti voglio bene come si vuole bene a uno zio un po’ scemo. E sono disposto ad ascoltarti e ad aiutarti. Hai bisogno di un amico? Hai bisogno di una spalla su cui piangere? Silvio, ti parlo come se tu fossi mio figlio. Io sono abituato ad avere a che fare con le persone in difficoltà. Sai, faccio l’educatore. Te lo dico con il cuore in mano. Telefonami. Sfogati. Ma non continuare a esporti in maniera così ignobile al pubblico ludibrio.

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