Grazie Round Robin

Una giornata particolarmente ricca di avvenimenti! Prima di tutto volevo segnalarvi che il Museo Luzzati ve lo potete anche scordare, visto che oggi ho saputo che con il 2008 il mio contratto non sarà rinnovato. Quindi, si accettano offerte di lavoro anche dalla lontanissima Capitale. Seconda cosa da dire: c’è una libreria, qui vicino al museo, che ha finito un certo libro, lo ha finito, esaurite le copie, e, insomma, non so se i librai in questione vi abbiano già avvertito, ma sappiate che quel libro là, quel bel libro con l’ometto giallo in copertina, in quella libreria di cui dicevasi è FI NI TO! Terza e ultima cosa, che poi è il vero motivo per cui sto scrivendo questo post. Stamattina mi è arrivata una mail, una mail da un editore piccolo ma serio e ben conosciuto come Manni, e questo editore piccolo ma serio come Manni mi scrive che il Geometra Sbagliato è un romanzo “notevole” (testuale) e mi acclude la scheda compilata dal comitato di lettura, che così recita:

Titolo didascalico, quasi smaccato (in origine il titolo era Viva il Manicomio ndr), per un romanzo – invece – molto calibrato nel linguaggio e nello sviluppo psicologico dei personaggi. Sviluppo particolarmente delicato, perché l’autore dà voce (la narrazione è in prima persona) al disagio psichico di Tito Pozzi, un malato di mente realmente esistito.

L’abilità di Calvisi sta nel condurci, dall’inizio appena un po’ stravagante, ma piuttosto realistico, nel suo più profondo, e irrecuperabile, delirio: grazie a un controllo totale dello stile (che rende, in modo originale e credibile, il processo mentale e linguistico della sofferenza psichica), ma soprattutto attraverso l’attendibilità dell’io: la pazzia di Tito è resa dall’interno, quasi con divertimento, mettendo al riparo il lettore da pietismi e sociologismi.

Un testo maturo, senz’altro pubblicabile, che ha il suo limite nell’angustia della dimensione narrativa, in una certa esilità della storia: l’assenza di un punto di vista esterno, se da una parte è la forza del romanzo, dall’altra si traduce in un senso di mancanza, in una distanza (anche emotiva) dal testo.

Insomma, quelli di Manni me lo vorrebbero pubblicare, il romanzetto uscito dal mio petto, previo un contributo alle spese, come sempre più spesso accade. Ora io sono lusingato dell’interesse di Manni, che è più grande di voi e più conosciuto di voi, e mi fanno piacere i giudizi che del testo hanno dato, anche perché mi sembrano giudizi motivati e, nei limiti ravvisati, perfino condivisibili. Mi dà appena appena fastidio il discorso del contributo spese, perché mi pone una domanda: saranno sinceri i loro complimenti? Mi pongo la domanda e poi mi rispondo. E dico: non importa, io ho già pubblicato con un editore che è piccolo, non mi ha chiesto nessun contributo alle spese, e mi tratta come un re.

Denghiù bboi.

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