Scarti Argentini

Il ragazzo non è proprio un ragazzo. Ha 44 anni, nome Goran, cognome impronunciabile, ed è nato da qualche parte nella ex Jugoslavia. Abita a Genova già da diversi anni, lavorando sempre da precario, ma prima (prima della guerra, in qualche posto dove abitava, nella ex Jugoslavia) faceva il giornalista, suonava il contrabbasso in un’orchestrina jazz e queste cose le ha scritte anche sul curriculum. Il dott. Bossi manda lui a prendere il contrabbasso non per l’idea che può scegliere il meglio o cose similari (non era andato tanto in là con il ragionamento), manda Goran a prendere il contrabbasso perché nel curriculum c’è scritto “contrabbasso”, manda Goran a prenderlo per semplice assonanza e lo manderebbe anche se Goran, di cognome, si chiamasse Contrabbasso. Mentre aspetta indicazioni sulle modalità del contrabbasso, Goran si sente un po’ triste e si ricorda che invece, da qualche parte nel posto dove abitava (da qualche parte nella ex Jugoslavia), lui era stato felice. Si ricorda che una sera doveva andare in un cineclub, a vedere il primo film di una rassegna sul cinema greco. Era febbraio, o forse marzo, c’era un freddo tremendo e nel pomeriggio si era messo a nevicare. Ne è venuta giù tanta, tantissima, almeno trenta centimetri di neve. La macchina non riusciva nemmeno a spostarsi dal parcheggio, ma Goran doveva andare lo stesso, perché al giornale volevano la recensione. Il cinema si trovava dall’altra parte della città rispetto a casa sua, e Goran lo ha raggiunto un po’ in autobus e un po’ a piedi. Quando è arrivato, dentro al cinema ci saranno state dieci persone, a voler esagerare, ma l’atmosfera era calda e sembrava che quella serata non dovesse finire mai. Gli organizzatori della rassegna hanno offerto tazze di thè e biscotti e c’era anche il regista del film, perché era un tipo di proiezione “dove seguirà il dibattito” (tutto il mondo è paese). Goran ricorda di aver visto un film scassatissimo che parlava di un bambino orfano e di aver partecipato al dibattito. Poi è tornato a casa. Era già passata mezzanotte, continuava a nevicare ma non c’era vento. Goran è dovuto tornare a piedi, perché di autobus non ne passavano più. I suoi passi sulla neve sempre più alta facevano quel rumore come di polistirolo schiacciato, ed era l’unico rumore che si sentiva nel silenzio formidabile. Senza accorgersi Goran si è trovato nel centro della strada, di fronte a un palazzo grande e squadrato, che era il commissariato di polizia. Era completamente solo, con la sua borsa indiana a tracolla, e nella vita non è mai stato più felice. A Goran viene in mente questo ricordo di prima della guerra che stava sepolto chissà dove. Gli viene in mente forse perché oggi a Genova c’è lo stesso freddo di quel posto, da qualche parte nella ex Jugoslavia, e ci pensa aspettando la modalità del contrabbasso, qui, nel negozio dove è stato appena assunto, che ci sono ancora un sacco di lavori e un sacco di casini.

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