Nella città l’orrore

È notte. Una donna cammina sotto la luce pallida dei lampioni. È nervosa, si guarda continuamente intorno, si stringe nell’impermeabile chiaro che le arriva ai fianchi, per un istante si ferma, ma poi riprende a camminare e accelera il passo. La donna è bionda, ed è bella. Indossa scarpe con il tacco e una gonna scozzese, appena sopra il ginocchio, come usavano negli anni Settanta. Nella semioscurità la città non si riconosce. Ovviamente per le strade non c’è nessuno e i palazzi sembrano quelli dei quadri di De Chirico. Una città spettrale, vista così. Potrebbe essere Roma, ma potrebbe essere anche Torino o Napoli. È probabile che sia Napoli, o magari Palermo. Si capisce perché a un certo punto si sente il rumore della sirena di un porto, un rumore amplificato, per farti sobbalzare sulla poltrona. La donna del film adesso corre, per quanto gli permetta di correre il tacco delle scarpe, e alla fine inciampa sullo scalino di un marciapiede. È a terra, guarda dietro di sé, ma l’assassino emerge dal buio dalla parte opposta, in pratica dalla direzione verso cui lei stava correndo. L’assassino, naturalmente, è vestito in un modo che non lascia scoperto neppure un centimetro di epidermide. Un cappellaccio scuro in testa, una sciarpa che nasconde il viso, cappotto lungo e guanti, tutto in pelle nera. Nella mano sinistra ha un coltello la cui lama brilla sotto una luce che improvvisamente, vai a capire il perché, si è fatta un tantino più vivida. A quella vista la donna sta per cacciare un urlo, ma con un balzo l’assassino le ha già infilato il coltello nella gola. Il resto è ordinaria amministrazione. L’assassino infierisce, rapido e chirurgico, sulla sua vittima, però Marco si è già rotto le palle. Che inci­pit scontato, pensa. Un po’ Profondo Rosso, un po’ quell’altro di Umberto Lenzi… O era Nicola Rondolino?
Marco Garbagna, una trentina d’anni, studente fuori corso presso la facoltà di architettura, è davvero molto stanco. In condizioni normali un dubbio del genere non lo avrebbe nemmeno sfiorato. In condizioni normali, c’è da scommetterlo, ti avrebbe snocciolato in un paio di secondi titolo regista anno di produzione del film da cui è tratta la citazione. Ora, invece, non è neanche sicuro che si tratti di una citazione, e forse quell’incipit è quanto di più originale abbia visto da quando è entrato al cinema Astor, alle quattro del pomeriggio di un sabato genovese di fine luglio. Fuori c’era un sole che toglieva il respiro, e le persone normali erano altrove. Non che Marco Garbagna non sia normale.
Oppure sì.
Marco Garbagna non è del tutto normale.
Marco Garbagna è stanco, stanchissimo, perché soffre d’insonnia e non dorme da quasi una settimana.
A parte Marco e il suo amico Alex Scalera, in questo miserabile sabato di fine luglio, nella sala di questo cinema che si chiama Astor, si sono avvicendate tra le sette e le quattro anime perse. Invece di andare in riviera hanno optato per l’impianto condizionatore del cinema, ma purtroppo per loro l’impianto funziona solo a tratti. Si sono dovuti accontentare dei film. All’Astor, infatti, è in corso di svolgimento la rassegna Italian’s Blood. Titolo del film con cui si è aperta la rassegna: Nel tuo cuore troverai l’inferno, e poi, a seguire, Demon Luxuria, Romagna Holocaust e infine quello che stanno proiettando adesso: Nella città l’orrore. È quasi l’una, e nella sala del cinema Astor siamo agli sgoccioli. Oltre a Marco e Alex, sono rimasti imperterriti i quattro disperati di cui sopra. Si tratta di una coppia di fidanzati che si abbraccia in una delle ultime file, una ragazza che Marco conosce, e che gli piace, e un tale allampanato, magrissimo, che tra una proiezione e l’altra, a partire da questo pomeriggio, avrà ingoiato almeno una decina di cornetti Algida.
Intanto, sullo schermo, l’assassino ha già sventrato cinque persone. Marco è troppo stanco. Le ragioni della carneficina gli sono del tutto sfuggite. Capisce soltanto che siamo arrivati alla resa dei conti. La scena si è spostata in una chiesa. L’assassino e il protagonista sono impegnati in una furibonda colluttazione e dopo il cedimento di una lastra tombale si ritrovano in una specie di cripta. Buio, rumori di raccapriccio, e poi una lama di luce che illumina una lunga teoria di scheletri candidi, corpi mummificati vestiti con abiti antichi, tutti addossati a delle nicchie scavate nella parete. A Marco sembra di avere già sentito parlare di un posto del genere, deve aver visto un documentario, ma non riesce a ricordare niente di più preciso. Trattiene uno sbadiglio, sente le palpebre diventare pesanti e prima di assopirsi per un paio di minuti, vede l’assassino aggirarsi tra le mummie che riprendono vita. Quando riapre gli occhi stanno scorrendo i titoli di coda e Marco un po’ si incazza per essersi perso il finale di questo film squallido.
– A me è piaciuto, – dice Alex uscendo dalla sala.
– A me no.
– Perché?
Marco non ha voglia di rispondere. Si avvicina ad Alex e dice: – Senti, ti dispiace se non ti accompagno? Vorrei attaccare bottone con la ragazza che era al cinema.
– Cacchio, e io come ci torno a casa?
– Ma dài, ci metti dieci minuti.
– Dieci minuti un corno. Bell’amico che sei.
– Grazie Alex. E… Alex?
– Cosa c’è?
– Mi presti il casco?
Alex porge il casco a Marco e sbuffando gira i tacchi verso casa. Dal cinema sono già usciti il tale allampanato e la coppia che si abbracciava in una delle ultime file. La ragazza che piace a Marco, invece, e che si chiama Adele, è ancora dentro. Si è fermata a chiacchierare con l’addetta dei gelati, che è una sua amica. Marco aspetta un pochino, seduto su una panchina, ma poi si convince che Adele ha deciso di tornare assieme all’amica gelataia. Va be’, pensa, pazienza. Inserisce la chiavetta nella Vespa, armeggia con la pedivella dell’accensione, voilà: la Vespa non parte.
– Ciao. Mi daresti uno strappo?
Marco si volta e di fronte a lui c’è Adele. Com’è carina. Com’è carina, quanto mi piace. Il ragazzo è perso nella contemplazione e guarda Adele con un’espressione idiota.
– Scusa se te lo chiedo, ma c’è quel tipo, quello che era con noi al cinema… Quello alto e magro, ci hai fatto caso?
– S-sì…
– Mi sembrava strano. Mi guardava. Non vorrei che… Me lo dai uno strappo?
– Eh, certo… Ora cerco di mettere in moto e…
Niente da fare. La maledetta Vespa non parte.
Marco e Adele si incamminano sotto il cielo limpido. È una bella serata e si è alzato un vento leggero che dà sollievo. Marco cerca di essere brillante e si rende conto di dire un sacco di stronzate. Ad ogni modo Adele sembra divertirsi. Marco le racconta della sua incerta carriera universitaria e Adele ride. Marco le racconta della sua allergia ai pollini e Adele gli dice che è buffo. Poi Marco le racconta della sua insonnia e del fatto che è quasi una settimana che non dorme. A questo punto Adele si irrigidisce. Non ride, non si diverte più. Ascolta Marco con un’espressione seria e alla fine dice: – Anch’io non riesco a dormire.
Segue un silenzio imbarazzato che non dura neppure molto. Però, per il resto della passeggiata, il senso di freschezza è evaporato e tra Marco e Adele rimane solo un’inutile cordialità. – Sono arrivata, – dice Adele all’inizio di un vialetto con gli alberi bassi, un po’ nascosto tra i palazzi. – Cinquanta metri e c’è il mio portone.
Marco vorrebbe accompagnarla fin sotto casa, ma Adele dice che non è il caso. Si lasciano con un ciao ciao che ha un sapore triste e sospeso e Marco, tornando indietro per rimettere in moto la Vespa, si sente un cretino.
Almeno il numero di telefono glielo potevi chiedere.
Marco si ferma, riflette se sia il caso di tornare indietro, cerca le parole giuste da pronunciare e mentre è lì che pensa, percepisce un rumore debole, una specie di miagolio, e proviene proprio dal vialetto di Adele. Come si dice in questi casi? Marco ha un brutto presentimento. Allunga il passo verso il palazzo della ragazza e appena ha imboccato il vialetto con gli alberi bassi la vede da lontano, seduta sugli scalini del portone, ma più che seduta pare adagiata, abbandonata.
Marco non aveva mai visto un corpo ferito a morte. Dai tagli tra le spalle e il collo di Adele il sangue esce a zampilli intermittenti, seguendo il ritmo del battito cardiaco. Marco si toglie la camicia, cerca inutilmente di fermare l’emorragia, e intanto urla con tutto il fiato che ha in gola, urla di chiamare la polizia, ma le finestre dei palazzi circostanti restano chiuse e nessuna luce si accende. Adele guarda Marco con gli occhi sbarrati e la bocca modellata in una smorfia che sembra quasi un sorriso. Prima di morire, con un sibilo, pronuncia due volte una parola, e questa parola è insonnia.

Annunci

0 Responses to “Nella città l’orrore”



  1. Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...





%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: