Paralimpiadi

Su Repubblica di oggi, a firma di Maurizio Crosetti, appare un articolo che personalmente mi ha un po’ disturbato e che richiama la recente querelle tra Paolo Villaggio e il resto del mondo. Eccone l’incipit: “Non fanno pena, non fanno pietà né raccapriccio: ed è la loro prima rivincita. Osservati, indagati e si spera ammirati da un miliardo di telespettatori come mai nella storia, i 4 mila e 200 atleti delle Paralimpiadi di Londra sono riusciti a portare la disabilità oltre il recinto dell’ipocrisia a colpi di medaglie d’oro”. Cosa significa? Di quale ipocrisia parla Crosetti? L’ipocrisia di chi, come lui, ritiene che l’audience televisiva e mediatica delle Paralimpiadi tragga origine dal “senso forte di una sfida, [dal] coraggio che scende in campo per affrontare il dolore ma anche [dall]’allineamento alle regole del mercato: quando le tivù e le aziende si accorgono di te, significa che sei un po’ meno diverso. Vuol dire che porti soldi e non ti trattano più come uno sfigato”. Mio dio che schifo. Crosetti ha appena avvallato, se non proprio creato, un sottoinsieme rispetto al grande insieme relativo alle persone portatrici di handicap. Ci sono quelli che ok, sono giusti perché portano i soldi, sono un gradino sotto i normodotati, d’accordo, ma vuoi mettere rispetto a coloro i quali medaglie d’oro non ne vincono e magari delle Paralimpiadi se ne fregano? Ma come diamine si fa a parlare con questa superficialità? Crosetti, se dovessi mai capitare da queste parti, permettimi di suggerirti un bello spunto di riflessione. Leggi questo articolo della tua collega Alessandra Smerilli che parla della correlazione tra la civiltà di un Paese e i risultati ottenuti dai propri atleti diversamente abili nella manifestazione londinese, applicane le conclusioni ai paesi del secondo e terzo mondo che dominano le discipline della corsa nelle Olimpiadi per normodotati (e che spariscono nel medagliere delle Paralimpiadi), rifletti su ciò che tutto questo significa nell’ambito non sportivo, quindi nella vita di tutti i giorni, e infine valuta quanta strada c’è ancora da fare prima di collegare il baraccone mediatico di cui hai parlato oggi ai diritti delle persone diversamente abili.

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