il dragone si pose per divorare il figlio

Ero contento di vedermi morto così: l’espressio­ne stu­pita delle labbra, gli occhi socchiusi con dol­cezza e so­prattutto la posa plastica del cor­po, con le brac­cia che indi­cavano chiara­mente un vano tenta­tivo di difesa. Il crollo del­la mia vil­letta unifa­migliare non mi aveva sfat­to del tutto, e non ero neppure stato risucchia­to tra i gorghi e il pan­tano del fiume in piena. Così, ed esclusi­vamente a un os­servatore acu­to, solo una picco­la feri­ta ap­pena die­tro l’orec­chio sinistro tradiva veramente il mio nuovo status di cadave­re. Una feritina niti­da e net­ta, non fra­stagliata, che mi era stata pro­vocata da uno, uno soltan­to dei mattoni che mi avevano investi­to. Quando mi tro­veranno, pensa­vo, di­ranno che sono stato sfortunato, che se mi fossi trovato un metro più in là sarei riuscito ad al­lontanarmi e a mettermi in salvo. E tutto questo è vero. Ma è an­che vero che, se si deve morire, è meglio farlo in gloria, la­sciando agli oranti in coda per il rosario una bel­la salma, composta, radiosa, giovane. E in que­sto, quin­di, io sono stato assistito da una sorte senz’al­tro be­nigna. Così pensavo. Non avevo fat­to i conti con il tem­po che sarebbe occorso ai soc­corritori per raggiungere la nicchia del mio in­volucro. La notte che seguì l’alluvione, infatti, mi accorsi su­bito che qualcosa non sarebbe an­data per il giusto verso. Pensavo fosse solo un formicolìo normale, un esito scontato del rigor mortis che, peraltro, non avevo mai co­nosciuto prima di allora. Mi sba­gliavo. Un ani­male stava rosicchiando il mio alluce sinistro, e con denti voraci si apprestava a spolpar­mi tut­to il piede. Pensai a un topo o a un botolo ran­dagio o a chis­sà che altro che si aggirava tra le macerie. Inve­ce no. Era mio figlio, il mio primogeni­to, soprav­vissuto al crollo, che scavando un cunico­lo tra le rovine aveva raggiunto il pa­dre e, vinto dai mor­si della fame, se ne stava cibando.

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