Archive for the 'la rosa purpurea del cairo' Category

Basterds

A parte che, vabbe’, se partiamo dalla notte dei tempi la bella ne ha inanellate una serie, ma ieri mi fa: andiamo a vedere l’ultimo di Tentin Quarantino? E aveva bevuto solo un analcolico alla frutta, peraltro in un posto dove ci si va per bere vino. Che dire? Una volta o l’altra vi racconterò della lettera che ha mandato a Gerry Scotti per (non) farmi partecipare al Milionario, ma adesso non c’entra. Dunque: Bastardi senza Gloria. Che cacchio, a me è piaciuto! Non siamo a livelli delle Iene o di Pulp Fiction, però la sequenza iniziale e quella della taverna, ragazzi, sono in pure stile quaranti… Ops, tarantiniano! Gli irresistibili dialoghi, filosoficamente sbrindellati o sbrindellatamente filosofici (anche se forse un po’ meno del solito), perfino esasperanti nella dilatazione che prepara all’inevitabile scoppio di violenza, i personaggi, soprattutto il colonnello nazista Landa (indimenticabile nell’interpretazione di Christoph Waltz, davvero notevole per il suo mimetismo linguistico), l’inesauribile serie di trovate, la tensione che non flette nemmeno per un istante (ed è un film che supera le due ore e mezza di durata)… Sìssì, mi è proprio piaciuto! E poi io sono la reincarnazione di un indiano Sioux (è vero! Me lo ha detto una medium: il mio nome era Ride con gli Occhi) e quindi mi interessa più il mistero che la sua soluzione. Che cavolo vuol dire? Eh, vuol dire che io non ho gli strumenti per decifrare, per spiegare, per analizzare e per trarre conclusioni, però sento che questo film parla per via allegorica della lingua, anzi: del linguaggio (e anche per questo dovrebbe essere visto in versione originale sottotitolata) e del cinema, che è un linguaggio anch’esso. Insomma, non ho capito fino in fondo che cosa volesse dire il regista, però sono certo che non sia solo per caso che Tentin Quarantino faccia morire il Male in una sala cinematografica…

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E a proposito di facce di merda

Continuando con la serie di film del cazzo che ultimamente mi reco festante a vedere, vorrei relazionarvi su Baària. Baària sono andato ieri sera, me lo sentivo colare dal naso che era una cagata, però eravamo in cinque e non volevo fare il guastafeste. Che tra l’altro avevo appena finito di bere un White Russian e mi ero ingozzato di cuscus, ero bello cotto e non ne avevo nemmeno voglia di rompere i coglioni al mio prossimo. Questo Baària del celebre regista Giuseppe Tornatore secondo me bisognerebbe passare lontano anche dai cinema che lo proiettano (made in Federico). Intanto è un film sbagliato proprio da un punto di vista strutturale, perché la frammentarietà del racconto mal si adatta alla fastidiosa cura dell’immagine tornatoriana, che è una cura così insopportabile che al confronto Zeffirelli fa i film col videocitofono. E poi fa anche schifo perché è un film spudorato nella sua superficialità, tutti questi colori, questa luce iperrealistica, la recitazione scolastica, la pletora di camei eccellenti: più che un film sembra il presepe vivente di Canosa di Puglia (ma il film è ambientato a Bagheria, in provincia di Palermo). Mi pare inoltre discutibile la scelta di immergere la storia di questa famiglia e di questi personaggi in un clima da fiaba, e qui arrivo al difetto principale del film, che è la sua ambiguità, ma ambiguità nel senso più deteriore del termine, ambiguità nel senso di distacco e distanza dalla vicenda e dalla Storia, come se il sempre più mediocre Peppino non volesse sporcarsi le mani e, soprattutto, non volesse dispiacere a nessuno. Secondo me questo film ha disgustato anche Tornatore, anzi credo che lo stesso regista abbia in fondo odiato i personaggi a cui ha provato, senza riuscirci, a dare credibilità e vita. Tutto questo per nun parla’ de le musiche de Morricone, che so’ invadenti e chiassose e m’hanno rovinato la diggestione der cuscus.

Libertà di Stampa

Chi mi conosce, chi ha avuto la sventura di essere mio consueto sodale al cinema, sa che il sottoscritto ha un fiuto infallibile nello scegliere dei film di merda. Il motivo è semplice: in generale mi fido delle recensioni che leggo sui giornali. Certe volte subodoro la truffa, per esempio quando i commenti sono discordanti. In quel caso potrei anche scoprire l’inghippo, e tuttavia, anche lì, succede che mi faccio infinocchiare, e l’ultima volta è successo con Cheri, di Frears, che è un regista che ha fatto anche delle cose carine, Alta Fedeltà, tanto per dirne uno, e di questo Cheri c’era chi ne parlava bene e chi ne parlava male, ma siccome ero in graziosa compagnia ho detto vabbe’, è un film romantico, andiamo. Una cagata, detto per inciso, invedibile, ma non si tratta di questo. In realtà la cosa che mi fa incazzare di più è quando i commenti sono univocamente positivi, poi vai al cinema e assisti a delle minchiate vertiginose, ed è più o meno quello che mi è accaduto ieri con Basta Che Funzioni, del mio amato Woody Allen, che ormai non azzecca più un film da dieci anni. Insomma, ragazzi, non credeteci! Se non avete mai visto Manhattan o Broadway Danny Rose o La Rosa Purpurea del Cairo o Annie Hall o Hannah e le sue Sorelle, per farla breve: se non siete appassionati di Woody Allen quest’ultimo film potrebbe anche strapparvi qualche risata, ma se avete voluto bene al grande Woody degli anni ’70 e ’80, be’, statene proprio lontani.

Sganghe!

Siccome c’ho la schiena sgangherata, che forse nelle mie lombari vertebrine, nei dischetti che le separano, c’è qualche ernietta, che non si è capito se devo fare un interventino oppure basta qualche massaggino, e comunque, a scanso di equivoci, ho chiamato in causa tutte le madonnine e i santerelli, che li ho invocati con tante piccole bestemmine carine, insomma: siccome la merdosa schiena mi fa male, e sono stato qualche giorno in mutua, mi sono guardato un sacco di dvd western, tra cui parecchi del vecchio Clint Eastwood, che raccontano sempre la stessa storia, cioè che arriva un tale non si sa da dove e non si sa perché, e arriva in una comunità vessata da qualche prepotente, e il tale misterioso viene coinvolto dagli indigeni e finisce per dare fuoco alle polveri e mettere le cose a posto, con il prepotente che termina la corsa a boot hill. Magico Clint! Guardateli un po’ anche voi questi dvd, così mi sembrerà di guardarli in compagnia! PS: per me i più belli sono Il Texano dagli occhi di ghiaccio e Lo straniero senza nome.

Un dvd per l’estate

Cari amichetti narcolettici; tra una punzicatura di zanzara e il frigorifero sempre vuoto, mi pregio di inaugurare in questa prima domenica di agosto una rubrica dedicata ai consigli per gli acquisti. Il dvd che vorrei suggerirvi oggi è il Re Lear diretto da Peter Brook. In questi ultimi dodici mesi, limitatamente al nostro paese, sono stati almeno due gli allestimenti teatrali di un certo rilievo che hanno riguardato la fosca e ricchissima (di contenuti e suggestioni) tragedia scespiriana. Quello di Pagliai non l’ho visto, ma avendo notato, in una foto di scena, la presenza dei famigerati microfonini a cuffietta, mi sono detto che doveva trattarsi di certo di una vaccata, e in effetti le recensioni che ho spulciato sono tutte per lo meno contrastanti (1 e 2, per esempio). Ancora peggio è andata all’allestimento prodotto dal Teatro Stabile di Genova, per la regia di Marco Sciaccaluga, che poteva avvalersi della nuova traduzione di Edoardo Sanguineti. Lo spettacolo genovese non è stato particolarmente apprezzato dai critici (per esempio qui) e anche a me, per quanto può valere, è piaciuto poco. La cosa strana è che non capivo la ragione di questo scarso gradimento. Tale ragione mi è apparsa chiara soltanto dopo aver visto il dvd del film di Brook, che non è una ripresa teatrale, che non è una di quelle operazioni di divulgazione un po’ freddine, magniloquenti e paracule alla Kenneth Branagh, ma un vero e proprio film, fotografato in un bianco e nero livido, girato in esterni nelle desolate e fangose pianure dello Jutland, in Danimarca, e popolato di personaggi che vestono e vivono da miserabili, dentro corti e castelli che sembrano ricoveri per gli animali. E poi il ricorso ai primi piani, il montaggio, l’effetto sonoro del vento che costantemente flagella le donne e gli uomini di questa tragedia della (anche) avidità. Insomma, un film che è un film, eppure quanta teatrale libertà espressiva, quanta emozione! Ogni dettaglio (il vento, il paesaggio, l’essenzialità scarnificata degli elementi di scena) è allegoria di qualcosa d’altro. E infine Paul Scofield nella parte del protagonista, che l’attore brittanico sostenne anche nel 1962 (nove anni prima del film) in una messa in scena diretta dallo stesso Brook per la Royal Shakespeare Company: un autentico gigante. Una chicca: nel film c’è anche Patrick Magee (il duca di Cornovaglia), attore nord-irlandese che lavorò con Beckett e Pinter e recitò con Kubrick in Arancia Meccanica (Alexander, lo scrittore progressista) e in Barry Lyndon (il cavaliere di Balibari).

Indiana Jones

L’altra sera sono andato a vedere l’ultimo film di Indiana Jones. C’era Indiana Jones vecchierello, pieno di rughe, i capelli bianchi. Si è dovuto nascondere in un frigorifero e per un istante si è vista anche l’arca dell’alleanza. Poi, tutto intorno alla scuola di Indiana Jones, c’erano le statue del suo amico Brody, i ritratti del suo amico Brody, le foto del suo amico Brody e anche del babbo. Purtroppo erano morti. Improvvisamente ecco che è arrivato un ragazzo con la moto che si pettinava in continuazione e sono andati a fare un giro spericolato, lui e Indiana, inseguiti dai russi! E anche una missione speciale in un cimitero antico che si vedeva lontano un miglio che era di cartapesta! Mi è piaciuto molto fin qui questo Indiana Jones, anche se i primi erano più belli. Ma da questo punto comincia la parte più divertente. C’era un amico di Indiana Jones che lo chiamava Jonsi e non si capiva se faceva il doppio gioco, il triplo gioco, che cazzo di gioco faceva questo amico di Indiana Jones? Era dalla parte dei buoni o dei cattivi? Comunque dopo un po’ è arrivato un professore mezzo scemo ma soprattutto lei, la fidanzata di Indiana Jones nel primo film dei predatori dell’arca perduta, che a me mi piaceva un sacco nel primo film! Adesso meno, perché ha delle tettone da vecchia, non importa. Sono saliti su una macchina, ancora inseguiti dai russi, in mezzo a una foresta, poi strapiombi, poi cascate! Nelle sabbie mobili la prima fidanzata di Indiana Jones, che era anche la mamma del ragazzo con la moto, gli ha detto: quello lì è tuo figlio! E allora Indiana Jones con la sabbia fino al collo gli ha risposto: perché non gli hai fatto finire gli studi? Alla fine gli extrateresti sono scappati con un’astronave che sembrava un disco volante, e io mi sono commosso perché Indiana Jones e la sua prima fidanzata (ora mi ricordo: si chiama Marion) si sono sposati. Tanti anni sono passati, Indiana Jones aveva avuto un sacco di fidanzate, ma poi loro due si sono sposati d’amore e a me piacciono un sacco le storie romantiche! Hanno aperto la porta della chiesa, camminavano a braccetto. È arrivato un vento che ha fatto volare il cappello a Indiana Jones e si è fermato ai piedi di suo figlio con la moto! La moto non dentro la chiesa, parcheggiata fuori! Però cosa vuol dire che il cappello si è fermato ai piedi di suo figlio? Forse che Indiana Jones andrà in pensione? Forse che adesso l’archeologo lo farà il figlio? Non ci scommetterei, perché infatti con un’espressione furba il vecchierello Indiana Jones ha fregato il figlio e si è ripreso il cappello, e resta sempre il mio eroe preferito!