Archive for the 'UN LIBRO NATURALE' Category

Un libro naturale – Manuale di divulgazione scientifica

MONTA IN SPESSORE STRATALE PARALLELAMENTE ALLE PARTI DEL DISCORSO

Immagina una banda di paese, in apparenza il solito rullante, il solito fiato, poi immagina un direttore d’orchestra capace, musicisti diplomati a pieni voti, e ancora immagina l’incarnazione di un uto ughi in incognito, un paganini, e dopo, guarda!, un tipico abbado, un maurizio pollini in formissima, tutti talmente veri da sembrare imitati, e questa banda pecoreccia che si fa orchestra. Guarda il passaggio per la strada, ascolta i delicati movimenti, l’esaltante fruizione di massa. Ora la musica romba e d’improvviso si inaugura un fragore assordante: sei tu che sei sempre più piccolo o sono gli strumenti a essere sempre più forti? Un boato. Il basso ti picchia il torace, e la facce diventano lunghe, diventano grosse le pance, e dunque immagina l’orchestra che non riesci più a distinguere, pensa agli spostamenti di strumento in strumento, pensa a una tessitura che non cogli, pensa alla fatica che fai per riuscire a comprendere qualcosa. E intanto il concerto itinera e la gente minuscola lo segue, così l’impeccabile esecuzione si tramanda di bocca in bocca, ma nessuno la sente globale e il concerto, la musica, diventa opera orale e così cresce in evoluzione conseguente la leggenda del grande direttore d’orchestra che nessuno ricorda ma che tutti hanno visto, della dolce musica d’angelo che nessuno ha più ascoltato.

Un libro naturale – Manuale di divulgazione scientifica

I MUSCHI E I LICHENI

Veri outsider(s) del boschetto ideale, nati inosservati ma subito assurti, per la loro simpatia e praticità, all’olimpo di una popolarità forse inattesa ma non per questo immeritata, i muschi e i licheni sono i flic e floc della natura, i cric e croc, i pari e dispari, sono i culo e camicia, sono i due porcellini, cochi e renato, manlio e piturru, in partenza sono i tom e jerry, gli eva e diabolik, sono il dinamico duo: tex willer & billy the zagor. Essi, simili pr intensità piacevole e diagramma esistenziale, poco alla volta si sono emancipati dal loro infame ruolo tipo nano divertente e, ottenuto un notabile peso culturale con conseguente irrilevante utilità, hanno cessato di crescere liberamente sotto i presepi a natale e, improvvisamente, hanno invaso pagine e pagine nei trattati di botanica a cui, puntualmente, vi rimandiamo. Ma prima, però, vorremmo parlare ancora un poco, perché non ce la sentiamo di uscire a quest’ora di notte, perché non ce la sentiamo di tornare a casa da soli, perché fa freddo, nella storia. E vorremmo parlare, quindi, per non saper né ridere né piangere e per scaldarci le ossa, delle linee di un progetto che si sta illuminando, un progetto che sta crescendo in forma autonoma ma non priva di controllo, e che monta, monta, in velocità e spessore stratale (nel senso di una profondità non prevista), parallelamente alle parti del discorso.

Un’antica leggenda diffusasi nel bacino settentrionale del mediterraneo, infatti, narra che il regno dei muschi e licheni, popolato da gnomi infallibili ed elfi dispettosi, allietato da ninfe e fatine diverse per colore e complessione, sia destinato a occupare l’intero spazio del globo terracqueo nel momento in cui i giri di parole e i lapsus, le associazioni di idee e i carmi dei poeti oltrepasseranno il sociale livello di guardia, convenzionalmente stabilito moltiplicando un numero fisso prefissato (variabile di anno in anno e, ahimé, implacabilmente alto in questi periodi di illuminazione artificiale) per il fattore K relativo al sempre crescente numero della popolazione mondiale. Ma benché l’operazione di sorpasso, è indubitabile, presenti delle difficoltà a causa del grande aumento, della progressiva maggiorazione a cui è sottoposto quasi giornalmente il sociale livello di guardia, i vegetali in questione, parassitari, certo, eppure volitivi, non si arrenderanno mai. Essi planano alti, con le loro mire: idealisti e parallelamente illusi, scevri da colpe e consapevoli della bontà della loro missione, non hanno ancora perso ogni speranza e, prima o poi, c’è da augurarselo, otterranno la vittoria in questa dura lotta e disperata.

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SIGLA

E finalmente, bambini, padri di famiglia taroccati, dopo questo l’ultimo sfogo forse legittimo ma dal quale, per correttezza, ci dissociamo, è giunto il momento di concludere la nostra esauriente ricerca sugli alberi. Finalmente è giunto il momento di un grande ringraziamento al nostro benigno sponsor che ce li ha messi a disposizione, supremo ospite, maitre della madonna. In laude per questi lunghi alberi e per sorella fronda nutritiva, di un bel sostentamento materiale ogni laude laudabile, e laude per i doni: i loro frutti regalati (ma regalati sudando) da un tipo di frutteto a tratti dolce, a tratti estivo, a tratti pure aspro. E poi, in fondo, ultimo ma non ultimo, come una foglia tiepida d’iconografica romanticheria, come un astro del ciel di un pargol divin, emblema massimo di destini che si stanno progettando per noi, insomma: da là, da dove arriva quel tenue lucore, quel brillio che, ci pare, non è quello di un semplice fiammifero, quella lucetta a forma di arco, di spicchio di luna, non la vedi? Da là si avvicina zitta zitta una banana, assurda nella sua complessione di virgola, tutta giallina, palliduccia, e tendente al tigrato aggressivo, così chiamata perché la sua forma ricorda i [desiderantur]

Un libro naturale – Manuale di divulgazione scientifica

SULLA BASE OMOSESSUALE DEL RAPPORTO TRA GENERE UMANO E ALBERO

Da altri è già stato affermato che il frutto è il figlio dell’impegno dell’uomo e che l’albero è la madre del frutto (cfr. Sergio Endrigo, Ci vuole un fiore). Detto ciò, per una sorta di proprietà transitiva, l’uomo è da considerarsi il compagno dell’albero e il padre del frutto. Non si tratta, si badi, di bieche puntualizzazioni vetero-maschiliste o, peggio ancora, anti-femminsite. Diamo a Cesare quel che è di Cesare. Partendo dal presupposto che l’albero (immagine della natura che è femmina) è anche ancestrale simbolo fallico e che il genere umano è, per convenzione, considerato maschio, il nostro discorso tende a dimostrare che alla base del rapporto tra genere umano e albero (e quindi natura in senso lato) ci sia un’attrattiva di tipico stampo omosessuale. D’altra parte le nostre riflessioni avrebbero una loro ragion d’essere anche considerando, per convenzione, il genere umano femmina, visto che la natura è pure essa femmina e visto che, proprio per quanto sopra esposto, in condizioni di femminile naturalità, non ci sarebbe bisogno di un valore fallico da assegnare al simbolo dell’albero.

Ora, perciò, arriviamo al nocciolo della questione. Lungi da noi la volontà di offendere la sensibilità di una minoranza come quella rappresentata dai finocchi, ma lungi da noi i finocchi e tutti gli invertiti, dunque, ma i comunisti i negri i mancini idem, per dio: alla luce di quanto sopra esposto, alla luce di quanto dimostrato e della palese deviazione in cui è incappato il tristissimo genere umano, che neanche in mezzo a praticelli e fiorellini riesce a starsene buono buono col fringuello calmo e zitto nella patta, che neanche immerso nell’ambidestra natura riesce a non pensare ai propri porci comodi, alla luce dell’irrefrenabile istinto di lussuria di quest’uomo irresponsabile, che ormai ha raggiunto un vergognoso stato di depravazione, si chiede ufficialmente a quell’uomo, responsabile dei mali estremi di cui oggi è vittima incolpevole il globo terracqueo, di trovare anche gli estremi rimedi e quindi di far cessare una volta per tutte il suo sconcio show. I bambini a quest’ora sono ancora svegli. Smettila, uomo, copriti le vergogne, tirati su le brache, uomo, vestiti, tu. Ma ucciditi, orsù.

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SULLA SAPIENZA

Che le orme del tempo che tutto consuma, questo tempo, queste orme che rovesciano tutti i termini del senso, e che la fuga, che tutti i din don delle abbazie corrodano anche tutta la sapienza e i suoi frutti (i suoi frutti inseguiti in silenzio), è pacifico e anche omettino di modesto intelletto potrà intenderlo senza fatica. Ma neppure fatica si faccia a considerare che la sapienza varia, che essa si trasmuta non solo d’ora in ora, ma pure di poggio in poggio, in un brevilineo volteggiar di scarpe, andirivieni di piedi, di chilometro in chilometro. E allora che utile scienza, che razza di grimaldello inefficiente, quale portato di esperienza, a che pro? La realtà, lettore infoiatello e un po’ tanardo, è che la sapienza è vana, e folle risulta chi a lei, rinunciando ai verzuti riposi, si affida.

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SUL SIGNIFICATO E COLORE DEI FIORI

Abbiamo ragione di credere che sia stato dio, il pittore, ad assegnare significato e colore ai fiori del mondo. Ma se ne ignorano i motivi e non esistono studi al riguardo. Di certo si sa che la rosa è il simbolo della grazia muliebre, il simbolo dell’amore, anche. Infatti alle giovani donne si regalano rose. Infatti le rose difendono il bocciolo e i suoi petali con le spine, così come le femminee arti rendono all’uomo comune intangibile la vulva, il vero fiore, il vero significato del simbolo rosesco. Rosa come vulva, quindi: la stessa vulva di cui si parla spesso per sentito dire, di cui alcuni riferiscono senza neppure averne letto o studiato o, peggio, senza averne avuto, de visu, notizia alcuna. E tale vulva si nomina a seconda del luogo di provenienza (e quindi del relativo dialetto) e dell’odore emanato: vulva inarrivabile e simbolica, dunque, inenarrabile e misteriosa, la rosa: inafferrabile, per i più.

Tristo fiore, invece, è il giglio, emblema di virginea purezza: pallido e sbattuto campeggia sullo stemma della città di Fiorenza. Trattasi di fiore mellifluo, non adatto ad adornare alcove da coito, ma piuttosto squallidi scenari di disperato autoerotismo. Fiore di ben altra tempra è piuttosto l’orchidea, che adombra tra i suoi petali l’immagine della fica ma anche del fallo, che il suo nome sfiora dal basso.

Tuttavia ogni esempio che si può portare, ogni paragone che si può istituire, ogni elenco che si può compilare, ogni strumentalizzazione del dato oggettivo che è possibile operare, ogni lettura con le più diverse chiavi che possiamo fare del valore simbolico dei fiori del creato è perfettamente inutile, perché ogni esempio, ogni paragone, ogni elenco, ogni strumentalizzazione del dato oggettivo, ogni lettura con le più diverse chiavi, porta dentro di sé il germe della rassegnazione e, infine, della morte. Prova ne sia che, da regione a regione, si danno diversi significati diversi del medesimo fiore. Il crisantemo, che nelle nostre terre è fiore di lutto per il suo colore emaciato e talora violaceo, è altrove considerato foriero di favorevoli auspici. Al contrario, nel lontano oriente, è il giglio – lo stesso giglio di cui si parlava, vago e bizzarro, difficile a far vivere – ad essere fiore da esequie, poiché le popolazioni di laggiù considerano il bianco il colore dei defunti.

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IL BATTESIMO DELLE PIANTE

Nella sua strategia d’invasione il Baccano Superno aveva stabilito di procedere al battesimo delle piante, ovvero all’attribuzione ad ogni pianta e ad ogni dettaglio della medesima di un nome intangibile e immutabile per omnia saecula saeculorum. La faccenda, è perfino inutile puntualizzarlo, mirava a soffocare ogni forma di resistenza e di regionalismo culturale, cosicché si potesse procedere a uniformare sotto un’unica architettura teologica e linguistica il primo dei regni sottomessi: quello dei vegetali. Le cose erano state studiate nei minimi dettagli. Con un’imponente cerimonia le piante si sarebbero radunate nella piazza principale del giardino e il dio, presa una pianta tipo, l’avrebbe squartata a mo’ di sacrificio al suo alter ego (il Baccano) e ne avrebbe salmodiato a cantilena le regioni anatomiche comuni. Successe proprio così, e all’inizio delle celebrazioni tutto andò per il meglio.

Questa parte d’una pianta – esordì l’ottuagenario con la barba azzurra – ha centrini d’apparati genitali che chiameremo corolle, petali e calici, e tali corolle, petali e calici stanno lì a dimostrare l’esattezza del teorema per cui ci si tramanda la magagna per via sessuale. Con ogni sepalo di un pistillo, infatti, si rende volatile l’interiorità più nascosta come sede di lucro, come nucleo della nascita che vibra dal polline: l’ovulo, l’ovario.

Già a questo punto del discorso le piante tendevano a non capire più un cazzo, ma il cocciuto vegliardo non se ne dava per inteso e proseguiva per la sua tangente: tuffettato nel profondo, ben protetto da scaglie d’intemperie, il vulvettino mezzo carnaceo, dicesi il cuore floreale, ti spunta da fuori con sguardo affamato di esistenza, modello periscopio sopravanza in tutto sosia del famoso stame, e ti spiffetta, ti emana il colore d’un fiato sinestetico, d’un gradevole aroma di tinte che rende riconoscibile l’inimitabile codice di ogni singolo fiorellino.

La relazione del decano degli imbecilli andò avanti per diverse ore, oscuramente. Intere famiglie vegetali si estinsero senza lasciare aloni mentre altre comparvero a illustrare la faccia del mondo, ma io, che non volevo assistere a quella spiacevole rapallizzazione, quando ciò avvenne me ne ero già andato lontano, in esplorazione per il globo, e il resoconto che seguirà nelle prossime pagine è figlio dell’osservazione diretta da me compiuta all’interno del panorama vegetale.