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il principe di persia

chi acquista il principe di persia (il mio libro, non il videogioco), e testimonia l’acquisto con scontrino  fotografato e inviato in formato elettronico ad angelocalvisi@hotmail.com, riceverà in omaggio dal sottoscritto una delle sue celebri casette. o amichetti di penna: riuscite a capire la grandezza dei miei gesti?

 

Le celebri casette di Calvisi attendono che una mano pietosa proceda alla colorazione.

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editori

l’altro giorno michele mi ha chiesto di raccontargli qualcosa riguardo la mia esperienza nel campo editoriale, io che sono internazionalmente noto per avere più editori che lettori. gli ho risposto con gusto e gli ho detto che nel corso del tempo ho incontrato editori di tutto rispetto che falliscono prima di pagarti i diritti (per 7-8mila copie vendute, non è poco) e altri editori ben distribuiti nelle librerie nazionali e magari con un catalogo prestigioso che però hanno il piccolo difetto di chiederti moneta sonante in cambio della pubblicazione e ancora editori sconosciuti che ti chiedono anch’essi soldi per stamparti un libro e poi questo libro nelle libreria non ci arriverà mai e ci sono anche editori grandi che si comportano come quelli piccoli e perfino piccoli editori che si comportano come quelli grandi e insomma c’è una grande confusione. ci sono inoltre gli editori che sono piccoli e magari per certi versi si stanno avvicinando ad essere medi e questi editori non si comportano male, cioè non ti chiedono soldi per stamparti il libro, e ti fanno firmare un contratto che sembra un contratto standard, solo che dopo che hai firmato vieni a scoprire casualmente che ti stampano il libro in poche decine di copie e dopo averlo stampato non te lo pubblicano, il tuo bel libretto, non lo distribuiscono, e lo lasciano a marcire in magazzino. questi sono gli editori autolesionisti, gli editori che forse sono un po’ incapaci, e bisogna evitarli come la peste, perché fanno danni anche peggiori di quelli che ti chiedono dei soldi, e come loro mi fanno incazzare.

impatto zero

Tra tutte le miriadi di stronzate che ho scritto in questo blog, questa mi piace più di tutte e forse non è nemmeno una stronzata. La scrivo in grassetto: da oggi il mio blog non impatta più sull’ambiente. Come è stato possibile? Ho aderito all’iniziativa ambientalista di doveconviene.it, che si propone di azzerare le emissioni CO2 del mio blog  piantando un albero in una zona boschiva a rischio di desertificazione e che grazie alla pubblicazione dei volantini pubblicitari online si propone di ridurre lo spreco di carta. La produzione di ossigeno del “mio” alberello andrà a compensare le emissioni di CO2 emesse dal mio blog (3,6 kg ogni anno) che saranno così neutralizzate. A me non costa niente, la causa mi interessa e in più ci ho guadagnato il bellissimo bottoncino che vedete qui a destra.

dalla mano dell’angelo

Fui sorpreso dall’improvvisa e violenta erezio­ne men­tre defecavo. Ero appena tornato dalla pas­seggiata do­menicale con Camillo, il mio bo­tolo, e vera­mente, vera­mente, non c’e­ra motivo, no. Cer­to, in cor­so Italia ave­vo visto qualche bel­la signo­ra, e a un certo punto mi parve addirittu­ra di aver­ne sentita una sussur­rare lieve­mente il mio nome. Marco, Mar­co… Mi ero sbagliato, è naturale, e la scarica di adre­nalina che, sul mo­mento, mi aveva attra­versato, una volta giunto a casa faceva già par­te del mio archivio mentale. Insomma, nessun motivo. Ma mentre mi appre­stavo ad evacua­re, voilà. Ascoltavo distratta­mente la voce di mia mo­glie, che in cucina can­ticchiava prepa­rando il pran­zo, e il pene mi si fece di pietra. Pro­vai a dar­gli due schiaffi, ma lui mac­ché. Se ne stava col ca­pino im­bizzarrito, su­perbo, tra­cotante. E allora co­minciai ad adope­rarmi per la sua sod­disfazione, e più mi adopera­vo più il pensiero sfug­giva. Dove andasse non so, ma andava, andava, inter­minabili spazi, so­vrumani silenzi… Mi venne una tale no­stalgia… E il cazzo non ac­cennava a pacificar­si. Me­navo, sme­nazzavo, e intanto decidevo di non aver mai amato mia moglie, mio figlio. Era il mo­mento di cam­biare vita. Uscii dalla toilette, sa­lutai la fami­glia, e con l’uccello di pietra nella mano, m’in­camminai fidu­cioso per le strade del mondo.

i consigli del lunedì

comprali tutti e due.

autobiologia riciclata

I segni di una complessione straordinaria si manifesta­rono in me fin dal­la più tenera età. Al compimento del mio terzo anno di vita avevo già dato alle stampe l’edi­zione critica dell’Opera Omnia di Johann Seba­stian Bach ed ero un autentico drago con il kazoo. Mio padre non si ac­corse mai di niente, impegnato com’era nelle sue atti­vità: il favoreggia­mento e lo sfrut­tamento della prostitu­zione. Mia madre, invece, rima­se favorevolmente im­pressionata. Dessa pensava di avere a che fare con un bambino prodigio, un inutile bambino prodigio come se ne ve­devano tanti in quei tempi ricchi di talento. La po­verina pensò addirittu­ra di fare domanda per partecipa­re alla trasmissione televisiva Genius, ma io avevo altri progetti. Fu in quel periodo, infatti, che decisi di diventa­re Gesù Cristo. In un primo momento la mia natura divi­na mi permise di mettere a punto alcuni trucchetti mira­colosi per imbonire gli idioti. Alle feste con i compagnuc­ci della parroc­chia moltiplicavo le pizzette quando co­minciavano a scarseggiare e, come se non bastasse, tra­sformavo l’acqua in Coca Cola. La mia popolarità creb­be in maniera espo­nenziale quando cominciai a cagare oro a diciotto carati. Si interessò alla mia acconcia persona anche un network britannico, che venne a gi­rare un ser­vizio il pomeriggio in cui, vestito da Madonna, pian­gevo lacri­me di sangue. La mia popolarità crebbe a dismisura, soprattutto nei paesi di lingua anglosassone, ma a parte l’oro che mi producevo da me, e che non riuscivo a piaz­zare sul mercato perché fieramente pute­va, di quattrini nemmeno l’ombra. Poiché ero ormai ridotto all’indigen­za, pregai il Signore che sta nei cieli affinché mi consen­tisse di cambiare l’ordine de­gli addendi, ma Egli mi ac­contentò solo a metà. Non piansi oro, ma per un lungo periodo cagai sangue per via della gigantesca emorroide che venne ad occludermi lo sfintere e alla quale diedi il nome di Giacomo il Maggio­re.

il re contadino

Questa battaglia procede come quella dell’alba, quando le ombre arretrando lottano contro la luce che avanza, e il pastore si soffia sulle unghie indeciso se già sia giorno o se non sia notte ancora. Una volta la vittoria è di qua, come un poderoso mare sospinto dalla marea a combattere col vento; un’altra volta è di là, come quello stesso mare che deve ritirarsi per l’infuriare di un vento contrario. Una volta prevale il flutto; una volta vince il vento; ora l’uno è la più forte, ora l’altro è il fortissimo; ciascuno per vincere l’altro, petto a petto, e sempre ognuno né vincitore né vinto. Tale è il corso bilanciato di questa mischia accanita. Mi metterò a sedere su questo tumuletto di talpa: e vinca chi Dio vorrà; ché Margherita, la mia regina, e anche Clifford mi hanno cacciato via con modi bruschi, giurando che le cose vanno molto meglio per loro quando non ci sono io. Dio voglia che io muoia. Perché, in questo mondo, fuorché dolore e pena, che rimane? Eppure, Signore Iddio, mi sembra che sarebbe una vita così felice, la mia, se potessi essere niente più che un semplice contadino! Sedersi su una piccola toppa di terra, come ora io qui, a disegnare sul terreno punto per punto un quadrante di precisione: e contemplare il passaggio dei minuti, e quanti ce ne vogliono a fare un’ora; e quante ore a fare una giornata; e quanti giorni a fare un anno, e quanti anni ha, da vivere, un mortale; e, imparato questo, distribuire il tempo: tante ore per badare al mio gregge; tante ore per il mio riposo; tante ore per la contemplazione; tante ore per lo svago; da quanti giorni sono pregne le mie pecore; quante settimane occorreranno a quelle povere sciocchine per sgravarsi; quanti anni per la tosa degli agnelli… E così minuti ore giorni mesi anni, rispondenti ognuno al suo scopo nativo, mi accompagnerebbero, canuto e bianco, alla pace della tomba. Ah, che amabile, piacevole, dolcissima vita sarebbe questa! Non dà l’arbusto di biancospino ai pastori a guardia del gregge un’ombra più soave di quella che dà il baldacchino sfarzoso ai re, sempre assillati dalla paura di esser traditi dai sudditi? Certo! – mille volte più soave! Insomma, io dico che le casalinghe cagliate del pastore, la fresca leggera sorsata dall’orciolo di pelle, i sonni saporiti all’ombra di un verde faggio, goduti in dolce tranquillità e sicurezza, superano, e di molto, le squisitezze, gli agi, le vivande servite in magnifici piatti d’oro e i letti a fine intarsio del principe, quando a somministrargli tutto questo ben di Dio sia l’ansia o il sospetto o il tradimento.