Posts Tagged 'angelo calvisi'

firenze

oggi a firenze vengono presentati in giro una dozzina di libri.

uno è questo: link.

è lo stesso libro di cui si parla in quest’altro link.

i consigli del lunedì

comprali tutti e due.

nuntio vobis

presento un mucchio di giorni così a genova e sempre con michele marenco
il 21 settembre alle 18.30 presso la libreria FalsoDemetrio di via san Bernardo 67r
il 28 settembre alle 18 alla libreria BooksIn di vico del fieno 40r
il 5 ottobre alle 18 alla libreria Feltrinelli di via ceccardi 16r

a roma, assieme a federico di vita,
il 27 settembre alle 19 alla libreria Altroquando di via del governo vecchio 80r

a siena
il 12 ottobre alle 18.30 sempre con di vita alla libreria LaZona-Interno4, via Provenzano Salvani 8r

a firenze
il 13 ottobre alle 19 sempre con di vita alla libreria LaCité, Borgo San Frediano 20r

non si sa mai che qualcuno legge e mi viene a trovare.

giace ebbra di sangue

Ad Hannover, negli anni del secondo dopoguerra, le condi­zioni erano dure, come in tutta la Germania. Di giorno mio padre vagava per le vie alla ricerca di lavoro e cibo, di notte non era solo il sommesso lamento del mio botolo a impedire il sonno a quell’uomo disperato. Ma noi bambini non riuscivamo a passarcela troppo male. In effetti ogni angolo della città alle prese con la sua difficoltosa ricostruzione ci rivelava i tratti di un enorme parco giochi. L’odore del sangue e dell’odio che ancora si respirava in tutto il paese ci era entrato così intimamente nelle viscere che era naturale, per me e i miei fratelli, organizzare i pomeriggi in lunghe scorri­bande, in grandiose simulazioni di battaglie, e scontri, e combattimenti corpo a corpo. Le case diroccate, gli scavi profondi che solcavano come un sistema linfatico le strade di Hannover, diventavano quartieri generali, trincee, case matte dove radunarsi e da cui partire alla volta delle nostre imprese, armati soltanto di fionde e di una inconsapevolezza che contribuì non poco a farci sopravvivere nei mesi orribili del conflitto. A football? Be’, sì, qualche volta abbiamo giocato anche a football. Stavamo negli spiazzi meno ingombri di macerie e con i calcinacci tratteggiavamo i contorni del campo e i limiti delle porte. La difficoltà consisteva nel trovare una palla che, quando c’era, era una semplice palla di stracci. Sì, qualche volta giocammo anche a football. Ci giocammo fino a una domenica mattina, quando, alla consueta ricerca di una sfera, vidi spuntare da una montagnetta di rifiuti una palla liscia e bianca, che al mio primo calcio entusiasta rotolò giù, guardandomi con le orbite vuote di un teschio.

il dragone si pose per divorare il figlio

Ero contento di vedermi morto così: l’espressio­ne stu­pita delle labbra, gli occhi socchiusi con dol­cezza e so­prattutto la posa plastica del cor­po, con le brac­cia che indi­cavano chiara­mente un vano tenta­tivo di difesa. Il crollo del­la mia vil­letta unifa­migliare non mi aveva sfat­to del tutto, e non ero neppure stato risucchia­to tra i gorghi e il pan­tano del fiume in piena. Così, ed esclusi­vamente a un os­servatore acu­to, solo una picco­la feri­ta ap­pena die­tro l’orec­chio sinistro tradiva veramente il mio nuovo status di cadave­re. Una feritina niti­da e net­ta, non fra­stagliata, che mi era stata pro­vocata da uno, uno soltan­to dei mattoni che mi avevano investi­to. Quando mi tro­veranno, pensa­vo, di­ranno che sono stato sfortunato, che se mi fossi trovato un metro più in là sarei riuscito ad al­lontanarmi e a mettermi in salvo. E tutto questo è vero. Ma è an­che vero che, se si deve morire, è meglio farlo in gloria, la­sciando agli oranti in coda per il rosario una bel­la salma, composta, radiosa, giovane. E in que­sto, quin­di, io sono stato assistito da una sorte senz’al­tro be­nigna. Così pensavo. Non avevo fat­to i conti con il tem­po che sarebbe occorso ai soc­corritori per raggiungere la nicchia del mio in­volucro. La notte che seguì l’alluvione, infatti, mi accorsi su­bito che qualcosa non sarebbe an­data per il giusto verso. Pensavo fosse solo un formicolìo normale, un esito scontato del rigor mortis che, peraltro, non avevo mai co­nosciuto prima di allora. Mi sba­gliavo. Un ani­male stava rosicchiando il mio alluce sinistro, e con denti voraci si apprestava a spolpar­mi tut­to il piede. Pensai a un topo o a un botolo ran­dagio o a chis­sà che altro che si aggirava tra le macerie. Inve­ce no. Era mio figlio, il mio primogeni­to, soprav­vissuto al crollo, che scavando un cunico­lo tra le rovine aveva raggiunto il pa­dre e, vinto dai mor­si della fame, se ne stava cibando.

without pity, without shame

con michele marenco presenterò il libro (a genova) il 21 settembre alle 18.30 alla libreria falsodemetrio (via san bernardo 67r), il 28 settembre alle 18 (sempre con michele) alla libreria booksin di vico del fieno 40r e il 3 ottobre alle 18.30 alla feltrinelli di via ceccardi 16r.

Poi non dire che non te l’avevo detto!

questo verbo gli fu dato da dio

Si chiamava Marco, ma tutti lo chiamavano Boto­lo, per­ché aveva la faccia incattivita come il suo bo­tolo rin­ghioso e faceva dispetti a tut­ti. Così. C’era un vol­ta questo Marco, ma tutti lo chiamavano Trippa, per­ché era molto gras­so e alle feste di co­munione man­giava sempre più de­gli altri. Allora, dicevo, c’era una volta una fe­sta di compleanno per le diciotto cande­line ed era­no invitati tutti i ra­gazzi del quar­tiere. C’e­ra an­che Marco, quello so­prannominato Cinghia, che infatti lui stringeva sem­pre amicizia con tut­ti e infatti stringeva la cin­ghia, era ma­grissimo, non man­giava mai, nean­che alle cola­zioni di la­voro. Era disoc­cupato, non parla­va con nessuno, ed era sopranno­minato Zitto. Allo­ra c’era Mar­co, il taciturno, quello che, se parlava, parlava sem­pre a sproposito ed era detto Voce, ma era sem­pre mol­to sorri­dente anche quando stava da solo ed era chia­mato da tutti Iena, per via del bel canto che espri­meva la notte, mentre dor­miva. Aveva un gatto, anzi no, un cane, anzi no. Aveva una mamma, anzi no. Due mamme. Tre. Anzi. Ave­va un gatto. Anzi un padre. No. E tua madre co­s’è? Un cane, un gatto. Aveva Marco. Ed era detto Niente. C’era una volta una festa di laurea, Marco, detto Assenza, era presente giustificato, ma era come se non si fosse mai presentato. Parlava di film e di letteratura e tutti non lo stavano ad ascol­tare ed era sereno così. C’e­ra una volta Marco a una festa di matrimonio, non era il suo matrimo­nio. La sposa era una sua ex fidanzata che non lo aveva mai visto. Era detto Sfiga. C’era una volta. Marco. C’era una volta. Una festa di battesimo. C’era Marco, aveva tanti capelli, ma era detto Cal­vo.