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il dragone s’accinse a perseguitare la donna

L’assassino, che si chiama Marco, ha freddo. Si stringe nel suo cappotto nero. Improvvisamente avverte un rumore che proviene da una stradina alla sua destra. È un rumore inconfondibile. Qualcuno ha infilato il caricatore in una pistola. Quasi senza accorgersi, Marco si ritrova il suo Winchester tra le braccia. L’assassino si appiattisce in silenzio contro il muro. Sono attimi interminabili, è la strategia della tensione. La sinagoga non ha ancora spiccato il volo, è sempre immobile dall’altra parte della strada. I sensi di Marco sono protesi nel tentativo di avvertire il respiro del suo avversario. I sensi di Marco sono acuti come quelli di una volpe, ma non riesce ad avvertire alcun respiro. Il silenzio è rotto da un secondo rumore, questa volta proveniente dalla sua sinistra. È un rumore inconfondibile. Qualcuno ha armato una balestra con la freccia d’ordinanza. Quasi senza accorgersi, Marco si ritrova la sua fionda tra le mani. Tenta una sortita. Attraversa la strada proprio mentre la sinagoga sta aprendo le ali per il decollo. – Che tu sia maledetta, – urla Marco. Per la prima volta in vita sua deve affrontare il panico. Il panico è un brutto compagno di avventura, soprattutto per un assassino. Marco sta scappando, ma non segue una direzione precisa. Attorno a lui sibilano le frecce incendiarie, i dardi delle cerbottane amazzoniche. Quasi senza accorgersi, Marco si ritrova il suo machete tra le scapole. È in un vicolo cieco, di fronte a lui un muro. Il botolo che zompa fuori da un cassonetto per poco gli provoca l’infarto. In un lampo Marco decide di arrampicarsi sul muro, per proseguire la fuga dall’altra parte. Sopra di lui volteggia la sinagoga, da sotto proviene un rumore inconfondibile. Qualcuno sta armando la catapulta per abbattere il muro del vicolo. Quasi senza accorgersi, Marco si ritrova la sua corona di spine nello zigomo. Ormai è una corsa folle, una lotta contro il tempo. Questa è la sua città, eppure Marco sembra non riconoscere le strade, i palazzi. A un tratto si infila in un portone. Forse crede che i suoi nemici proseguano oltre, invece eccoli, li sente affannarsi sulle scale. Marco si inerpica verso l’alto. Qualche piano più sotto il rumore inconfondibile di un reattore nucleare. Quasi senza accorgersi, Marco si ritrova il suo cervello tra le mani. Sfonda una porta e, avvicinatosi a sua moglie, le sussurra: – Sono tornato, amore.